15 luglio 2012

Dolls



“Dolls” è un film di Takeshi Kitano che è stato presentato alla 59° mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia senza ottenere, a mio avviso, come accade a molti film orientali, il giusto apprezzamento.
Questo film segna un cambiamento nel modo di raccontare da parte del regista, precedentemente quasi sempre ispirato a storie di stampo yakuza, ma che ora si prefigge di raccontare il legame tra amore, morte e sofferenza attraverso un destino a cui non possiamo sfuggire. Proprio per il tema del destino, Takeshi si rifà alle marionette bunraku (che appaiono nella prima scena in onore del grande drammaturgo Chikamatsu Monzaemon e sono quindi un riferimento al grande passato giapponese) che simboleggiano come anche l’uomo sia mosso dai fili invisibili del destino.
E sono proprio le marionette ad ispirare il titolo del film.
Esso ha la particolarità di essere composto da tre storie d’amore finemente legate tra loro.


La prima, quella portante per tutto il film, è quella di Sawako e Matsumoto, due giovani che, prossimi alle nozze, vengono separati per consentire a lui un matrimonio economicamente e socialmente più vantaggioso. Lei tenta il suicidio, ma purtroppo viene salvata in extremis, restando in uno stato mentale pessimo. I due torneranno insieme solo per vagare nelle strade legati da un cordone rosso, attraverso il tempo e le stagioni.
Il film, infatti, comincia con uno sfondo primaverile di sakura in fiore e termina, dopo essere passato per l’estate e per l’autunno, con un paesaggio innevato.
La particolarità di questa prima storia è che essa esprime più di tutte, grazie alla scena finale, come l’uomo sia una marionetta del destino. I due protagonisti, infatti, cadono in un dirupo e restano appesi a quel cordone rosso che li ha uniti prima nella vita e ora anche nella morte. In questa storia, secondo me, c’è anche una critica velata alla società giapponese, una società che si è evoluta nel corso del tempo, ma nella quale il singolo individuo deve sottostare a regole antiquate, ribellandosi alle quali,  perderebbe irrimediabilmente tutto (vedi la storia di Matsumoto). 


La seconda storia narra di un boss vecchio e malato della yakuza, che si ricorda della sua fidanzata di gioventù che ha in malo modo abbandonato.
Un giorno decide di tornare al parco dove i due erano soliti incontrarsi, e con sorpresa scopre che la sua amata è ancora lì, sabato dopo sabato, ad aspettarlo. Quando finalmente decide di rivelarsi e di ricongiungersi a lei, le beffarde vie dell’amore e della vita glielo impediscono: egli, infatti, viene sparato da un rivale e, morendo, lascia di nuovo lei sola ad attendere.


La terza storia narra di una teen idol che, all’apice del suo successo, viene sfigurata in un incidente d’auto. Un suo fan, pur di riuscire a starle accanto, si procura la cecità.
I due insieme riscopriranno i piaceri del silenzio e dei profumi, ma anche la gioia di essere amati per come si è dentro. Purtroppo anche in questa storia, la morte del fan farà ripiombare la ragazza in un nuovo stato di malinconia per quello che ha perduto.
Si tratta di tre storie d’amore che, secondo me, sono raccontate in modo molto poetico; credo infatti che questo film, attraverso la sua musica ed i suoi silenzi, sia l’equivalente di un libro di poesie giapponesi.
Personalmente ho adorato la fotografia e la musica.
La prima utilizzava colori saturi e luminosi, visti poco negli altri film del cineforum, la seconda utilizzava melodie che riuscivano ad esprimere tutto ciò che c’era da dire nelle molte pause fra un dialogo ed un altro.


Voto: 4/5

2 commenti:

Gabrifox ha detto...

Uno splendido film davvero, hai catturato benissimo l'essenza della pellicola nella tua recensione!

Loren ha detto...

Grazie! :)

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